Il packaging è diventato infrastruttura (e chi lo tratta ancora da dettaglio sta leggendo il 2015)
Il packaging non è più un dettaglio tecnico: sta diventando una vera infrastruttura industriale, dentro cui si incontrano export, logistica, competitività e transizione ambientale. Nel 2026 la partita si gioca su regole comuni, finanziamenti alla prevenzione, credibilità dei claim e capacità di rendere misurabili materiali e processi. Dal Libro Bianco “Made in Italy 2030” al futuro Circular Economy Act, fino alle regole sul contenuto riciclato e alla domanda di trasparenza dei consumatori, il settore è chiamato a progettare sistemi, non solo imballaggi.
Per anni lo abbiamo raccontato come un tema di materiale, di costo, di macchina, di barriera, di saldatura. Tutto vero, tutto necessario. Solo che oggi non basta più. Perché il packaging, nel linguaggio delle istituzioni e nel lessico della Commissione europea, sta scivolando in un’altra categoria: quella delle infrastrutture industriali. Non quelle che si fotografano, quelle che reggono la foto.
Nel Libro Bianco “Made in Italy 2030”, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy inserisce il packaging tra le filiere strategiche del Paese. È un passaggio che vale più di mille convegni: significa che l’imballaggio non è più visto come “supporto” dell’industria, ma come parte della sua capacità competitiva (export, logistica, sicurezza, transizione). Fonte: Made in Italy 2030 (PDF).
Se questa frase suona astratta, traduciamola in realtà quotidiana: la qualità con cui proteggi, informi, distribuisci e rendi riciclabile un prodotto decide quanto quel prodotto viaggerà, quanto verrà scelto, quanto sarà “ammesso” nei mercati che stanno diventando sempre più selettivi. Il punto non è solo produrre imballaggi, il punto è generare valore industriale attraverso il packaging. Qui non c’è retorica, c’è una constatazione: la politica industriale sta entrando nella scatola, e la scatola sta entrando nella politica industriale.

Il vero campo di battaglia: regole comuni (o frammentazione costosa)
Quando un settore diventa strategico, succede una cosa inevitabile: la discussione si sposta dal “cosa” al “come” e dal “come” al “chi decide”. Ed è esattamente quello che sta accadendo in Europa con il futuro Circular Economy Act.
Una parte consistente del mondo industriale del packaging e delle materie plastiche sta chiedendo che il nuovo impianto normativo sia fondato sull’articolo 114 del Trattato (Mercato interno), non sull’articolo 192 (ambiente). La ragione dichiarata è quasi brutale nella sua semplicità: la gestione dei rifiuti in UE è ancora troppo frammentata, con performance disomogenee e regole nazionali divergenti, e senza un assetto davvero armonizzato il mercato delle materie prime seconde resta un mercato “a macchie”. Approfondimento (EUROPEN).
Qui un’azienda come LPM può tenere una posizione intelligente: non schierarsi per tifoserie, ma mostrare l’effetto industriale della frammentazione. Se un convertitore o un brand opera su più Paesi, la circolarità non è più solo “fare bene”, è anche “fare uguale” dove serve, altrimenti la compliance diventa una tassa nascosta (tempo, consulenze, relazioni tecniche diverse, audit duplicati). In questo senso, l’armonizzazione non è un favore alle aziende, è un requisito per far funzionare davvero la transizione.
C’è un contrappeso importante: lo European Environmental Bureau spinge sul fatto che “Buy European” non può diventare una scorciatoia pigra, perché la competitività futura dovrebbe basarsi su come i prodotti sono realizzati (criteri ambientali e sociali), non solo su dove. L’idea è che l’Europa non dovrebbe vincere escludendo, ma alzando gli standard e rendendo desiderabile la produzione sostenibile. Documento EEB (PDF).
Il nodo che nessuno può eludere: la prevenzione va finanziata (non solo il riciclo)
Dentro questa partita di regole, c’è una questione più concreta di quanto sembri: i soldi. Perché l’economia circolare non si fa a parole, si fa con infrastrutture (raccolte, selezioni, riciclo, riuso, riparazione) e le infrastrutture costano.
Zero Waste Europe sta mettendo sul tavolo una proposta che sposta il baricentro: dividere i contributi EPR in due capitoli, uno dedicato alla gestione dei rifiuti e uno dedicato alla riduzione dei rifiuti (riuso, riparazione, ricondizionamento, prevenzione), con un fondo “di transizione” almeno fino al 2030. Se il sistema EPR continua a finanziare quasi tutto “a valle”, la prevenzione resta antieconomica e quindi marginale. Proposta ZWE.
Per un’azienda di packaging, questa non è una discussione astratta. È la domanda che determinerà il design dei sistemi nei prossimi anni: si finanzierà davvero il riuso (dove ha senso) o continueremo a ottimizzare soltanto il riciclo (fondamentale, ma non unico nella gerarchia europea)? Le imprese che si muovono bene non aspettano la risposta finale, iniziano a progettare “a prova di doppio scenario”.

Fiducia, non fede: cosa chiedono davvero i consumatori quando sentono “riciclato”
Qui arriva la parte che spesso viene raccontata male, perché scivola nel moralismo o nella pubblicità: i consumatori.
Una ricerca commissionata da Amcor, “Recycled Content, Real Impact”, fotografa un dato utile: la disponibilità culturale esiste, ma vuole prove. Lo studio segnala un’alta consapevolezza dell’uso di plastica riciclata nel packaging e un sentiment tendenzialmente positivo. Molti dichiarano che la presenza di contenuto riciclato aumenta fiducia nel brand, senza penalizzare la percezione di qualità. Report Amcor.
La fiducia, oggi, non nasce più dal claim, nasce dalla verificabilità. Le persone chiedono percentuali chiare, provenienza, benefici spiegati senza nebbia e certificazioni terze. La formula generica “fatto con plastica riciclata” è percepita come debole. Questo è un punto cruciale: nel 2026 il packaging non vende sostenibilità, vende credibilità.
Strumenti e linee guida per orientarsi tra criteri, CAM e prove esistono, ma vanno letti come parte della strategia, non come burocrazia. Linee guida CONAI (PDF).
Regole che cambiano il mercato: riciclato, mass balance, Made in Europe
Sul fronte strettamente normativo, una questione sta diventando molto concreta per le bottiglie in PET: le regole europee sul calcolo e sulla comunicazione del contenuto di riciclato (e su come trattare, in quel calcolo, il riciclo chimico).
Quando definisci un metodo di calcolo, stai definendo un mercato. Decidi chi può competere, con che condizioni, e quali investimenti diventano sensati nel medio periodo. Un esempio di contesto e aggiornamenti è consultabile qui: aggiornamenti SUPD e calcolo del riciclato.
Ricerca applicata, non laboratorio: il Mediterraneo come caso scuola
Il progetto europeo MedWISE, sostenuto da Interreg Next MED, lavora su soluzioni reali per la gestione dei rifiuti organici nei Paesi del Mediterraneo (compostaggio decentralizzato, simbiosi industriale, strumenti digitali per prevenire sprechi). Per l’Italia partecipano ENEA e l’Università di Catania. Comunicato ENEA su MedWISE.
La circolarità dipende dai sistemi, non dalle intenzioni. Un imballaggio “teoricamente compostabile” non serve a molto se il territorio non ha impianti, raccolte coerenti, filiere di valorizzazione. Di nuovo, infrastruttura.

Dal greenwashing alla sicurezza alimentare: quando la comunicazione diventa rischio
Il confine tra sostenibilità e greenwashing non è più un tema etico, è un tema di stabilità del mercato. Se la sostenibilità diventa uno stile grafico, la fiducia si rompe e il prezzo lo paga tutto il comparto, anche chi lavora bene.
Studi recenti sul greenwashing nel food insistono su un punto che vale anche per il packaging: quando le dichiarazioni non sono misurabili e verificabili, l’effetto finale è una perdita di fiducia sistemica. Un riferimento utile: Greenwashing in the Era of Sustainability and Its Implications for Food Security.
Un’agenda concreta: marzo 2026, Milano, filiera e responsabilità
A Milano, l’ADI Design Museum ospita la mostra “La filiera del Packaging”, un segnale culturale oltre che industriale. Info mostra ADI.
Il 17 marzo 2026, sempre a Milano, Giflex organizza un workshop su sicurezza e sostenibilità, con focus su MOCA e sviluppi collegati al PPWR. Info workshop Giflex.
La morale (senza moraleggiare): il packaging è la prova generale del futuro industriale
Mettendo insieme questi pezzi, viene fuori una tesi netta: il packaging è diventato il punto in cui si incontrano politica industriale, regole del mercato unico, finanziamento della prevenzione, fiducia del consumatore e infrastrutture territoriali. Chi lo tratta come un problema “solo tecnico” rischia di essere impeccabile in produzione e irrilevante nel mercato.
Per un’azienda che lavora nel packaging, la domanda non è più “che materiale uso”, ma “che sistema sto abilitando”. Il materiale è un mattone, il sistema è la casa. Senza casa, anche il mattone migliore resta un oggetto.





